domenica 30 agosto 2009

Turpe mentali

Ieri pomeriggio ho passeggiato per il solito percorso con il mio cane. Nulla di strano in quest'azione quotidiana, se non fosse che durante questo arco di tempo, scandito dai miei passi privi di periodo e di ordine, ho iniziato a pensare.
E' bello pensare, rilfettere, collegare... a volte vorrei essere abbastanza intelligente per dar valore a ciò che penso, o per essere sicuro che quel che penso abbia un valore e che dunque non sprechi tempo inutile quando, mentre deambulo m'immergo nella mia mente nuotando in modo asincrono con il mondo circostante in cui agisco concretamente. Mentre ero in questa sorta di trance sono stato avvolto in modo repentino da molte emozioni, per lo più arcane, misteriose e quindi inquietanti. Al di là dei pensieri autolesionistici che mi rivolgo e che lasciano poca speranza al mio avvenire ho notato che a volte ho la tendenza di narrarmi.
Non mi vedo come un "io", bensì come un oggetto, interpreto le mie emozioni e tutto ciò che provo dall'esterno... Per esempio, durante quella passeggiata mi sono intristito, perchè pensando certe cose è inevitabile sentirsi frustrati, allora pensando al fatto che ero triste ho pensato ad una persona che dicesse per me che ero triste. E' qualcosa che a volte non sopporto, e mi fa innervosire. E' inutile che mi si dica che non si può comandare il come pensare, questo modo di esprimere ciò che riguarda sè stessi è qualcosa che ritengo un pò malata. Ho paura di essere narcisista, oppure sono talmente dipendente dalla parola altrui da immaginarmi come un riflesso creato da loro. Il problema di queste due situazioni è che il mio modo di essere non è carattegorizzabile in queste cateogire, perchè? Se fossi narcisista non proverei attrazione sessuale verso gli altri, se, invece, fossi plagiato da ciò che potrebbero pensare o pensano di me sarei più aperto alle critiche. In ogni caso, anche se cercassi di trovare una ragion d'essere a come sono, e per quanto io mi sforzi in questo futile tentativo, non riesco a trovare una risposta definitiva alla domanda essenziale di tutto questo, che seppur non l'abbia introdotta, mi pare una logica conseguenza a ciò che sto cercando di fare: Io sono o non sono? Non è una domanda cartesiana, non è qualcosa di metafisico, ma è una domanda lecita. Sono vero, o sono falso? Quanto di quello che provo, o di quel che penso, di quel che vorrei, sono realmente imputabili alla mia pulsione? Cosa devo fare per cercare quel che realmente mi motiverebbe di proseguire verso un futuro, verso la voglia di vivere che tanto desidero, che tanto agogno.
Come ripeto spesso, io desidero ardentemente vivere con passione la mia vita. Leggere attivamente, studiare attivamente, fare attivamente. Sembra un obbiettivo nobile per un ragazzino della mia età - ho solamente due anni, perdonatemi se mi sono svegliato così in ritardo -, però è difficile, perchè a volte ciò che si desidera fare, ciò che si vuole portare avanti potrebbe essere solamente uno sfogo isterico e estetico. Io voglio imparare la grammatica. Perchè? Perchè dopo posso avere nel mio curriculum vitae questo, voglio imparare a nuotare in modo sincrono con un altro essere umano. Perchè? sempre per la stessa ragione di prima. Qual'è la differenza tra bulimia di vita, e voglia di vivere? Qual'è la differenza tra vivere e possedere dei momenti? E' difficile, realmente difficile discriminare, perchè nell'ottica che mi è stata propinata sin da bambino, nell'ottica della mia realtà sociale conta il fine dell'azione, non l'azione in sè. Se desidero intraprendere un percorso, devo tenere a mente il fine di esso. E' impensabile vagare per il mondo, senza una precisa meta, se non il vagare stesso. Qualcuno di voi dirà, ma alla fine anche il vagare fine a sè stesso ha un fine, io posso rispondere che la retta matematicamente parlando può essere interpretata come una circonferenza degenere, o altre simpatiche cose. Comunque, tornando al discorso di prima. Se devo iniziare qualcosa io mi immagino alla fine del percorso, ma questo di per sè rende vana l'azione, e il vissuto, che senso ha scrivere un libro immaginando l'inizio e il finale? Perchè c'è questa mentalità in me? Io non la voglio, preferirei non possederla.
Io esisto per il fine? O esisto per esistere? Sono domande inutili, possono sembrare formalmente sbagliate, ma alla fine mi fermano. A volte penso che cerco la sincerità del mio essere, però è brutto doverla cercare in un groviglio di narcisimo, è difficile cercarla in un mondo in cui essere qualcosa, equivale in automatico essere giudicati e perseguitati.

Attualmente sto cercando di migliorarmi nei rapporti sociali, ovvero seguendo un principio base, ma alla fine penso che sia sempre difficile, è difficile saper cosa dire o fare. Da un lato voglio aiutare, è un mio sincero desiderio, sia egoistico che umano, aiutare, ma dall'altro sono totalmente incapace di consolare, perchè non mi piacciono le frasi di circostanza, non mi piace dipingere la realtà sotto un ottica positiva. Perchè per aiutare una persona devo mentirle? Perchè? Sono stato accusato di essere stato indelicato, di essere molto insensibile, però, ho cercato di aiutare... Se non si è capaci di fare, è meglio non tentare? Ma mi sembra un controsenso, ma alla fine è quello che molte persone mi stanno dicendo implicitamente, senza mezzi termini, senza essere capaci di comprendere che se non si tenta, o si rimane fermi in un rapporto rende questo stesso una sorta di coppia di specchi.
Forse sono diretto, anzi lo sono, però non comprendo... Ritengo che l'essere sinceri sia una virtù rara, dannata e bellissima.

La settimana scorsa ho incontrato un giovane professore, mentre eravamo fuori dalla sua macchina ad osservare gli enormi stabilimenti di Paiuscato, mi ha detto una frase su cui riflettere. Noi siamo corpo, o possediamo il corpo? Qual'è la differenza? A ciascuna la sua opinione.
In ogni caso il percorso che mi sono scelto è banale, e comunque mi risulta impossibile, il che mi fa innervosire e pone un velo dubbioso sul mio esistere, sulla mia persona...
ma va beh, vi lascio questo post sgrammaticato, insulso e dannatamente pippa, adieu .

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Inno alla Gioia

O amici, non questi suoni!
ma intoniamone altri
più piacevoli, e più gioiosi.

Gioia, bella scintilla divina,
figlia degli Elisei,
noi entriamo ebbri e frementi,
celeste, nel tuo tempio.
La tua magia ricongiunge
ciò che la moda ha rigidamente diviso,
tutti gli uomini diventano fratelli,
dove la tua ala soave freme.

L'uomo a cui la sorte benevola,
concesse di essere amico di un amico,
chi ha ottenuto una donna leggiadra,
unisca il suo giubilo al nostro!
Sì, - chi anche una sola anima
possa dir sua nel mondo!
Chi invece non c'è riuscito,
lasci piangente e furtivo questa compagnia!

Gioia bevono tutti i viventi
dai seni della natura;
tutti i buoni, tutti i malvagi
seguono la sua traccia di rose!
Baci ci ha dato e uva, un amico,
provato fino alla morte!
La voluttà fu concessa al verme,
e il cherubino sta davanti a Dio!

Lieti, come i suoi astri volano
attraverso la volta splendida del cielo,
percorrete, fratelli, la vostra strada,
gioiosi, come un eroe verso la vittoria.

Abbracciatevi, moltitudini!
Questo bacio vada al mondo intero Fratelli,
sopra il cielo stellato
deve abitare un padre affettuoso.

Vi inginocchiate, moltitudini?
Intuisci il tuo creatore, mondo?
Cercalo sopra il cielo stellato!
Sopra le stelle deve abitare!

In Tedesco :

O Freunde, nicht diese Töne !
Sondern laßt uns angenehmere anstimmen
und freudenvollere !

Freude, schöner Götterfunken,
Tochter aus Elysium,
Wir betreten feuertrunken,
Himmlischer, Dein Heiligtum !
Deine Zauber binden wieder,
Was die Mode streng geteilt ;
Alle Menschen werden Brüder,
Wo Dein sanfter Flügel weilt.

Wem der große Wurf gelungen,
Eines Freundes Freund zu sein,
Wer ein holdes Weib errungen,
Mische seinen Jubel ein !
Ja, wer auch nur eine Seele
Sein nennt auf dem Erdenrund !
Und wer's nie gekonnt, der stehle
Weinend sich aus diesem Bund.

Freude trinken alle Wesen
An den Brüsten der Natur ;
Alle Guten, alle Bösen
Folgen ihrer Rosenspur.
Küsse gab sie uns und Reben,
Einen Freund, geprüft im Tod ;
Wollust ward dem Wurm gegeben,
Und der Cherub steht vor Gott !

Froh, wie seine Sonnen fliegen
Durch des Himmels prächt'gen Plan,
Laufet, Brüder, eure Bahn,
Freudig, wie ein Held zum Siegen.

Seid umschlungen, Millionen.
Diesen Kuß der ganzen Welt !
Brüder ! Über'm Sternenzelt
Muß ein lieber Vater wohnen.
Ihr stürzt nieder, Millionen ?
Ahnest Du den Schöpfer, Welt ?
Such'ihn über'm Sternenzelt !
Über Sternen muß er wohnen.