mercoledì 2 dicembre 2009

Stagione degli amori

Guardo la sua guancia...una piccola barba, come un prato d'erba su un suolo neonato, si staglia su quei lineamenti delicatamente giovanili e mascolini. Guardo le sue labbra e i suoi occhi, mi arriva un impulso strano, un moto, una tendenza di baciarlo intensamente come se fossi un naufrago che ha visto per la prima volta terra dopo anni di intenso vagabondaggio senza meta per i mari tempestosi del nord. Il suo collo che si incunea all'interno della sua maglietta m'invita a tastare il suo petto, infilare la mano sotto le sue vesti, sentire il suo cuore palpitare o toccare quell'accenno di virilità che potrebbe avere. Mentre tranquillamente osserva nel microscopio lo guardo, sento uno strano impulso destinato ad essere cestinato, mentre nel mio cuore alberga una fantasia: io che mi avvicino di soppiatto e gli sussurro dolci parole di sesso e forse d'amore con le mie labbra talmente vicine al suo volto da simulare un bel bacio dolce, di quelli che solo un uomo amante un altro può dare; poi, incuranti degli altri, avremmo estirpato i nostri istinti nudi, mentre i nostri fluidi ci avrebbero sommersi in un bagno di puro sesso.
Ultimamente, anzi negli ultimi tre mesi, sono colpito da un intenso desiderio sessuale e affettivo, ogni persona diviene per me un oggetto di fantasia sessuale omoerotica e soprattutto oggetto di scenette la cui dolcezza mi fa rabbrividire. Lungi da me rifiutare questo lato del mio carattere, ma diventa decisamente controproducente per le relazioni sociali con gli individui del mio stesso sesso, e forse anche dell'altro. Però, ammetto, che il sentire certe sensazioni mi aiuta a star bene, non voglio assolutamente abbandonarmi ad uno spirito di quattordicenne latente, però, sono convinto che queste emozioni siano positive, seppur mi vogliano indurre ad un rapporto sessuale sul posto e con una persona la cui eterosessualità se non è certa, lo è quasi come l'esistenza della energia oscura. Per esempio L., ovvero il tizio che ho descritto prima, mi invoglia tantissimo, non comprendo la ragione, ma questa mio accanimento sessuale mi fa sembrare che gli voglia bene seppur non lo conosca, o ho un potenziale d'amore estremamente elevato e quindi per la nota legge del potenziale chimico si dirige dove questo stessa caratteristica è minore, oppure sono talmente infoiato e voglioso di dare il mio affetto che non riesco a fare a meno di crearmi questi strani moti interni.
Tra l'altro, l'elemento più preoccupante è il fatto che non scelgo un unico oggetto, ma più persone contemporaneamente, il che rende tutto un sistema complesso di storie e fantasie che si collegano o interagiscono tra di loro, in un sommario quadro tragico. Questa frustrazione non è terribile, non lavoro, non ho occupazioni tanto particolari, ma risulta comunque un elemento aggiuntivo da curare nella mia personalità e soprattutto una simpatica barriera energetica effettiva per cercare la stabilità che tanto agogno. Vederla in sistemi chimici, fisici sembra molto riduttivo, ma visto che amo le metafore, ma non le rime, utilizzo ciò che ho a disposizione per creare e tessere ciò che più mi confà per quello che voglio comunicare.
Un altro ragazzo che mi sta letteralmente infoiando, tanto è che oggi volevo perdere il treno appositamente per aspettarlo, nella vana speranza di poter avere un vagone per noi e per consumare – quanto sono infoiato- è un ragazzo che mi abita vicino di Ospedaletto, il che lo renderebbe anche appetibile in tutti i sensi. Ultimamente questo strano sentimento mi domina. Che sia effettivamente giunta la mia stagione degli amori?
Sotto un cielo plumbeo, con il freddo incalzante, con la natura morta, si risvegliano i più terribili istinti sessuali affettivi che io possieda? Può essere, funziono male, è un dato di fatto.
La follia, in fondo, è la mia vita, e solo con il perseguimento dell'irrazionale e dell'utilizzo del teatro posso effettivamente trovare ciò che mi manca per far sì che io sia una persona completa.
Tornando seri, ultimamente, al di là delle pippe mentali che dedico alle varie materie che sto affrontando all'università, ho concluso che non devo necessariamente prendermela con il mio modo di pensare; fantasie, racconti, transfert eccetera. Ho compreso di avere una tendenza teatrale, dunque devo svilupparla per me, e utilizzare la scena mentale come metodo introspettivo.
Per ora non ho molti aggiornamenti, apparte che il judo và a gonfie vele, che ho conosciuto un tipetto niente male e che ho preso un altro votazzo. Adieu

martedì 27 ottobre 2009

Prigione

Prigione

Si perde la via.
Miraggi,
Suoni,
Speranze e
Sogni.

Il tramonto è nato,
il rosso riflesso
dà al deserto
del dolore l'aspetto.

Il cammino è arido.
Mille sono le vie.
Mille sono i passi
per accorgersi
di non star seguendo
niente.

L'aurora saluta,
il tramonto insegue
me, il viaggiatore.

L'aurora saluta, ma c'è il giorno prima ancora
L'aurora saluta, è appena iniziata la notte.
L'aurora saluta... mentre mi perdo
in un deserto, impaurito...

C'è solo sogno,
miraggio,
illusione
e speranza...

ma sono parole,
granelli di quarzo
granelli di roccia...
eppure sempre frammenti
e mai solida roccia?

Tutto è uguale, ciò che è certo
è stato mangiato dall'oscurità

Ormai il tramonto è morto.
L'aurora saluta
L'aurora saluta
Le stelle guardano...
la luna è spenta
...
Silenzio...

Cammino...
mille passi
Cambio
mille passi

L'aurora saluta, ma non s'avvicina

M'accascio al suolo e piango.
Il mio deserto non parla.
s'è finto tinto di rosso.
Il mio deserto non parla.
L'anima è stata frammentata.
....

venerdì 16 ottobre 2009

Tramonto



Il Tramonto del Narratore

Il sole si sta dirigendo verso ovest, nella sua misera tomba notturna: è finita un epoca, è finito un anno, è giunto il tempo di lasciarlo morire quel narratore morente. Il suo tempo, nato dalla distruzione, sta giungendo al termine, già troppe volte ha mangiato i suoi figli, ma il fuoco sta raggiungendo il suo monte, l'ombra rossa del tramonto ormai lo sta avvolgendo. Il narratore ora sta lì nel suo evanescente palazzo, mentre le marionette stanno perdendo il loro spirito e morendo. Anguilla osserva da lontano quel purgatorio e torna a vivere nella sua terra, come marionetta libera tra uomini liberi.
Il narratore mi osserva, la sua maschera crepata fa trasparire il suo sconforto, la sua vecchiaia, la sua tristezza dinnanzi ad una fine ormai prossima. Io sono qua, quello che un tempo si chiamava Scrittore, quello che è sempre stato il soggetto dell'azione, Andrea il responsabile di quella costruzione mentale. Il narratore mi osserva, ormai è debole è senza marionette, ed anche io, ora, dopo aver attraversato le lande del mondo creato da me, sono stanco e impoverito nell'anima. Il mio corpo è stato mangiato, e il mio spirito assopito con l'inganno è stato utilizzato da quel bislacco demiurgo.
-Sono qui per proporti un patto-
-Io? Io? Io? Io? Come ti permetti? Proporre patti a me, nel mio regno? Il mondo esiste perché ci sono io. Il padre non può tornare a chiedere il suo antico trono, l'evoluzione non ritorna mai indietro. Io sono IL NARRATORE, il tramonto è solo un illusione... Tu sei debole, una merda, un ricordo lontano che io disprezzo, sei una lurida merda, Andrea.
-Non sono qui per detronizzarti. E io NON SONO UNA LURIDA MERDA!
-Ah, non saresti una lurida merda? Io ho le prove per dirlo, tu hai prove per negarlo. No, e no... tu non sei un Dio, tu non sei me.. Ti ho detronizzato per evitare tutto ciò, e ho creato il mondo. In fondo chi plasma il mondo è dio e creatore.
-Ormai sta giungendo la fine per ambe due, tu hai sfruttato le mie energie. La tua maschera sta per essere distrutta, non hai il potere per narrare, le tue marionette si sono ribellate, il tuo potere è morto, il mondo non ti appartiene. Il tramonto è dinnanzi a questo monte, è inutile ribellarsi o rassegnarsi al destino. Bisogna pensare al futuro. E' finita un epoca, è finita la nostra epoca. Definirci errori non possiamo. E' tempo di pensare al futuro, Narratore.-
-No, io non posso accettarlo, non posso accettarlo, io sono in questo mondo da poco, il nostro mondo è caduto perché eri un debole e ti rifugiavi nella narrazione. Sono nato così, e sono stato io a prendere il potere...
-Come le marionette, in fondo. Le marionette hanno compreso il tuo abuso e hanno deciso di narrarsi da sole, le mie aspirazioni, la mia volontà si sono rese indipendente anche da te e soprattutto da me. E' tempo comunque di riconciliare.
-NO, non posso accettare la fine. Riconciliare cosa? COSA? CHI TI HA MESSO QUESTE IDEE, queste idee idiote, non puoi scendere a patti con la tua immagine, lurida merda!-
-Sono stato a Palladia e una raminga mi ha parlato, ho guardato una stella e ora è tempo di amare la stella, e conservare gli insegnamenti di una cacciatrice di foglie. Mentre in questo mondo illusorio freme questa decadenza, mia sorella nel mondo reale e tante altre persone aspettano il mio amore, e purtroppo non posso amare se non rispetto me stesso, ma non posso amare se rimango dentro un mondo fatto di narrazione. Oh, narratore, è tempo di abbandonare insieme questo mondo e lasciare spazio al SOGNATORE.
-Il sognatore? No ti ruberò l'ultimo barlume di anima.
Prende la spada e si scaglia verso di me, ma non si rende conto che questa scena la sto narrando io, ovvero Andrea... Un fendente di spada mi ha sfiorato, ma sono riuscito a pararlo con facilità, giacché la mia coscienza va a pari passo con la sua debolezza. Un altro fendente viene lanciato nel vuoto, cerca di narrare la mia reazione, ma io ormai sono immune alle sue parole. La sua follia traspare in quello sguardo d'anziano disperato.
Uso la lama della mia spada, regalatomi dal cavaliere bianco nelle fantasticheria della Raminga,- colui che le salvò la vita. La uso per riflettere il volto della maschera priva di interezza del narratore. Lui si ritira, non riesce ad accettare, vede parte della sua pelle, vede i suoi occhi, vede che riflette il padre, ma non lo accetta. Si ritira indietro lentamente si accascia nel suo trono. Distrugge gli ultimi pezzi della sua maschera.
Ci guardiamo.

Il tempo passa, sta passando....

Ora ci guardiamo da tre giorni. Voi non potete percepire i nostri giorni, giacché nel tempo dell'anima il tramonto è ancora imperante.
-Ormai sono morto. Ma ora, guardandoti... devo accettare il destino. Che la mia freccia sia scagliata e che descriva un arco d'iperbole, affinché simboleggi la mia accettazione. Che sia il tempo del sognatore e del suo amore. E' tempo della mia dipartita. Addio-

Così l'anguilla del ristorante, il suicida, il dio della solitudine, il saluto mancato, i miei ex compagni, la marionetta anguilla, io, il narratore, l'oste... e tutti i personaggi di questi anni si uniscono.
L'esperienza fa da padrone.

E' giunto il tempo della nuova epoca. E' arrivato il sognatore, e il suo cammino è segnato da uno sguardo ancorato nel mondo, ancorato nello spirito e nella mente. E' giunto il tempo di non temere il mondo. Il mondo nuovo è quello concreto.

Sognatore: Che l'esperienza mi aiuti a dipingere il nuovo mondo.

Fine

E' tramontata un epoca. Davide ha deciso di andarsene, tutto quel che mi è capitato di positivo quest'anno e anche un po' di negativo, lo devo a lui. E' finita un epoca, e sfortunatamente so che non posso recuperarla. Posso chiedere perdono per essere stato narratore e poco amico, posso chiedere perdono per aver avuto paura e aver utilizzato la narrazione per nascondermi e non accettare le mie responsabilità, posso chiedere perdono per aver invidiato i miei amici e aver dedicato poche energie al voler bene, all'odiare, all'essere arrabbiato e aver tenuto tutto dentro in una logica narrativa priva di fondamento.
Posso fare tante cose ora, giacché ho accettato la mia esperienza. Non voglio più narrare il mondo, voglio viverlo, voglio ESTIRPARE il bisogno di raccontare. Amare è una parola bellissima, ma non si concilia con l'illusione, ma con il mondo. Vivere è bellissimo.
E' tramontata l'era di Davide, è tramontata anche l'era di Enrique, e di tanti altri, non perché non li consideri più amici, ma per il semplice fatto che ora non ho paura di essere di fronte a loro. Lotterò per me stesso, ma soprattutto perché io stesso sia in grado di lottare per un sentimento comune. Forse banalizzare l'amicizia, il sentimento d'amore in questi termini sembrerà strano da parte mia. Ma per quanto sia conscio che questo mondo è un immondezzaio, non posso rifiutarlo o rassegnarmi ma vivere lottando. Lottando contro cosa? Contro la noia? Contro cosa? Contro tutto ciò che mi vuole annullare, voglio lottare per i miei contenuti. La soddisfazione del rigore, e della perfezione tecnica. Il divertimento di essere divertente. Ora come ora desidero amare, essere un buon amico...
Voglio diventare un insegnante di judo, di Scienze della Terra. Voglio lottare perché tutti possano vivere e aver il diritto di vivere.
Ho trovato i miei valori. Ho trovato il mio dinamismo.
E' tramontata l'era di transizione.
E' giunto il tempo del sognatore. Raminga, il narratore conserverà un buon ricordo di te, ora iniziamo a diventare amici.

lunedì 5 ottobre 2009

E se...

Se Dio Esistesse

Con estremo orgoglio e consapevolezza di me mi definisco agnostico, non credo alla non, ma neppure all'esistenza di un Dio, di un entità superiore oppure di un beffardo e bastardo destino. Non credo che il mondo abbia un senso e considero questa mancanza di significato il più bel dato di fatto di questo universo meccanico e confuso, ordinato e caotico, vitale ed entropico; ogni elemento non ha una direzione, ma una molteplicità di versi.
L'immagine univoca partorita da certi luminari dell'imbecillità è un offesa alla vita stessa, come si può considerare il mondo un posto desertico, pieno di insidie maligne, e considerarlo per questa ragione maligno? Molte persone hanno paura dell'ambiguità, è un dato di fatto, persino io la temo, non aiuta a definire, non aiuta in niente... La paura genera idiozia, ignoranza e ottusità le quali portano inevitabilmente verso a quell'immagine distorta, quell'immagine che cerca di dar colpa all'esistenza per essere un groviglio di versi che non puntano a niente, e che partono da ovunque.
Io non mi reputo così, sono stato vittima del becero pessimismo per paura... timore che mi ha impedito di vivere, di essere e di conoscere realmente me stesso. Il mondo è un posto bellissimo, e desidero con tutto il mio cuore viverlo come sentimento... e utilizzare la mia ragione come strumento di fantasia e non di definizione di una realtà sfumata, come strumento di progresso e non regresso e morte.
Però, ora... mi ritrovo solo in una piccola stanza, la mia mente... un groviglio senza pari, una matassa di circoli viziosi, una matassa di morale e peccato, una matassa che è difficile da dipanare. Sono lì alla ricerca dell'interruttore della luce, per chiudere il circuito e iniziare l'operazione di ordinamento della mia memoria e del mio essere... In questo momento colto da un improvviso spirito religioso mi chiedo cosa farei se Dio esistesse...
Pregherei ogni giorno affinché mi concedesse il bellissimo dono d'amare. Pregherei e sacrificherei me stesso a lui, per farmi donare quel piccolo sentimento che racchiude in sé l'ambiguità del mondo. Immergersi nel sentimento, trovare un contatto con sé stessi perduto o mai trovato. Pregherei, piangerei, lo invocherei affinché realizzasse quel mio piccolo sogno: sentimento nei rapporti con gli altri, rapporti puri senza invidia o rabbia, rapporti d'amore...
Dio, però, non è in questo mondo al momento, non sappiamo se esiste o meno...
Ora mi guardo allo specchio e prego me stesso di amare con tutte le forze la vita, un amante, le piccole cose e il mondo.

lunedì 7 settembre 2009

Racconto su un mio pg di Maghi il risveglio

La foschia riempiva il vicolo. L'asfalto, rovinato e lasciato a sé stesso, era umido come lo erano le mura degli edifici, argini di quel piccolo vicolo poco frequentato e nascosto. L'angusto canaletto era illuminato dalla poca luce diffusa proveniente sia dai lampioni delle strade principali, sia delle case ospitate da quelle monotone costruzioni urbane.
Il rumore dei passi s'infrangeva nelle rive artificiali, e moriva nelle orecchie dell'unico passante di quel momento; lenti, claudicanti e morenti continuavano ad emanare piccoli respiri ignorati ed offesi da una persona che aveva perso interesse, in quel momento, per la vita che lo circondava e per il suono che il suo movimento provocava nello spazio circostante.
Joshua si toccò il naso, sentendo una sostanza viscosa ed umida scendere dalle cavità: era sangue. Inizialmente guardava le sue dita incuriosito, come se non comprendesse. Improvvisamente lo colpì un mal di testa lancinante, come se fosse stato colpito da centinaia di aghi nelle tempie. Si prese la testa con ambe due le mani, sporcando la sua fronte di sangue. Sentiva l'istinto di piangere, e soprattutto di urlare; non comprendeva, perché questi strani sentimenti lo stavano dominando in quel momento. Cercò di calmarsi, con un rapido movimento della testa cercò un piccolo posto dove sedersi al riparo; lo vide vicino a dei sacchetti della spazzatura. Sedendosi si sentì come un tossicodipendente in astinenza. Vide, in un pezzo di vetro leggermente opaco, il riflesso del suo sguardo, vide le pupille completamente nere.

Lanciò un sasso nel piccolo stagno vicino casa sua. L'acqua venne perturbata, gli schizzi si spargevano ovunque, mentre lentamente i cerchi diventavano sempre più tenui per toccare la riva ormai già morti. Prese un altro sasso- in fondo era il suo unico divertimento in quelle giornate estive- e lo lanciò; era abbastanza grosso, mentre volteggiava in aria perdeva piccole particelle di terra, le quali rimbalzavano sull'acqua per poi galleggiare, poi un tonfo, acqua ovunque, anche lui ne fu investito. La solita onda perturbò l'acqua, i soliti cerchi si infrangevano nella riva... ma una macchia di sangue iniziò a dilagare, colpì per sbaglio un pesce.

Morte... non aveva mai conosciuto la morte realmente sino a quel momento, il sangue dello stagno gli rivenne in mente. Morte... vedeva sua madre che piangeva un suo compagno... Morte... voleva dire privazione? Quando lanciò il sasso nello stagno, non sentiva privazione, vedeva solamente una macchia rossa di cui perse subito interesse. Morte significava dolore, incapacità di dare una ragione, incapacità di controllo... Non comprendeva, provava semplicemente compassione per la madre, i suoi occhi color rosso e lucidi sembravano penetrarlo, bloccargli il respiro.
Il rosso dello stagno iniziò a ritornargli in mente. Qualcuno pianse il pesce a cui tolse la vita?
I singulti di sua madre erano un eco nella sua mente, sentì un senso di mancanza. Dolore come privazione. Il peso della compassione era grave, ma più di tutto lo tormentava l'idea di aver commesso un atto simile a quello che aveva reso sua madre triste.
Aveva quindici anni, la morte era solo una parola prima di quel momento,in quel momento assumeva una certa rilevanza. Aveva quindici anni, e ripensava agli anelli degli stagni, pensava alla conseguenza delle sue azioni... pensava soprattutto come comportarsi per stare nel giusto. Il peso dell'abisso era stato avvertito per la prima volta in quel momento, quando non riusciva a dare un senso assoluto. Il mondo era un abisso, al di là del guanto, al di là del mondo degli spiriti, sopra la sua testa aleggiava un senso di insensatezza, un incapacità di definizione. L'abisso che era in lui, era solamente un frammento di un vuoto immenso. Aveva paura. La morte ora lo incuteva, ora lo faceva stare male, ora era diventata una colpa.

<< Il paradosso, miei cari, è un anomalia degli incantesimi. E' la punizione inferta ai maghi che peccarono di arroganza >>. Ancora quelle parole... Erano le parole del suo mentore; si prese cura della sua educazione magica quando si risvegliò a sedici anni. Il paradosso... a volte si chiedeva cosa fosse, utilizzava la magia e veniva punito perché la utilizzava... non comprendeva, per quale ragione esisteva. Utilizzava la magia a fin di bene, e generava male, utilizzava la sua coscienza per agire, e inevitabilmente si trovava perso in un mare di caos... che valore aveva il peccato? Che valore aveva la conseguenza del suo agire in un mondo in cui le conseguenze sono indiscriminate?
Infrangere le meccaniche del mondo era come infrangere una legge, ad una infrazione c'era la relativa condanna. Allora perché si ha la possibilità d'infrangerle? Soprattutto, perché la magia gli era stata concessa? Erano domande a cui non sapeva rispondere, forse erano al di là della sue capacità, oppure sapeva la risposta e non voleva ammetterla a sè stesso.

Il sangue continuava a scendere, la sua testa era molto leggera. La sua visione era distorta, si sentiva distante dalla realtà. Passò un ora in quello stato, poi si riprese. Era vivo, stava meglio. Era nervoso, comprese quello che aveva fatto, del rischio che aveva fatto correre ai suoi amici, e alla sua nuova casa... non riuscì a trattenere le lacrime. Pianse nella solitudine, disperato, colmo di quello strano senso di colpa. Cosa l'aveva spinto a fare quell'azione? Il desiderio di sapere dov'era il suo fratellastro... Perché ora piangeva, perché sentiva di aver fatto qualcosa di male... in fondo era un incantesimo andato male, poteva succedere quando era in una battaglia... in fondo poteva capitare a chiunque... no, si sentiva in colpa per aver sentito il suo desiderio, e non aver pensato minimamente alle conseguenze sulle altre persone.
Pluff... il sasso cadde, il rosso divenne il color dell'acqua dello stagno. Il bambino andò via senza sapere. L'adulto cosciente guardava il sangue e comprese che quell'atto divertente era malsano... la colpa scaturita dalla conseguenza, la conseguenza scaturita dall'azione, l'azione scaturita dal desiderio di rompere la noia, o di trovar il fratello.
Pluff... tutto era indelebile... pluff il sangue sarebbe rimasto sempre in quell'acqua... pluff l'espiazione non cancellava... pluff... pluff...pluff.
Si rialzò...
Vide che la sua maglietta bianca era sporca di gocce di sangue. Cercò di sistemarsi il meglio possibile, sembrava appena uscito da una crisi d'astinenza, non poteva avventurarsi nella città in quello stato. I suoi capelli neri mossi erano bagnati del suo sudore. Il suo volto era bianco, e gli occhi oltre ad essere umidi per le lacrime, erano gonfi. Con passo claudicante deambulò fino alla fine del vicolo, e si rimise alla ricerca di suo fratello.
Durante il percorso, iniziò ad avere visioni. Gli spiriti della collera che aveva invocato involontariamente durante l'incantesimo lo avevano seguito. Era come se vivesse realmente quei sogni ad occhi aperti.

Era in una stanza...
Attendeva...
Leggeva...
Osservava il muro...

Un rumore...
Un rutto...
Una presenza volgare...
Dei passi lungo le scale

Ad un certo punto vide gli spiriti della collera che lo presero e lo tenevano fermo, la sua bocca era cucita. Vide una presenza. Un uomo sulla cinquantina dalla faccia rosea, con una barba incolta e ispida. Grasso, il suo odore era un misto tra il sudore di un porco e l'odore della birra. Non poteva muoversi, non poteva liberarsi. L'uomo lo toccava, lo spogliava. Premeva con la sua mano goffa sul petto nudo, toccava quell'accenno di virilità, e scendeva lentamente. Mentre con l'altra mano cercava di aprire le gambe... Quando la mano arrivò verso il pube iniziò a prendere i peli pubici come se volesse strapparglieli...

La visione finì. Cadde per terra. Il suo respiro era bloccato... Vomitò. Vide una strana figura davanti a lui... prese quel poco coraggio che gli rimaneva e disse << Sappi che sono in grado di ferire gli spiriti, ti ho evocato, e posso distruggerti!>>
La figura si avvicinò e disse << Io non sono uno spirito, non sono di questo mondo, sono una cosa che ti porti dentro, sono qui per proporti un accordo>>
Joshua comprese cos'era. Puzzava di vomito, era sporco di sangue. Era sporco... Arrancò verso la figura che continuava a ripetere le solite frasi. Ci passò attraverso, ed essa scomparve. Girovagò per le strade di Londra alla ricerca di suo fratello.
La gente lo osservava con circospezione. Si vergognava di sé stesso in quell'istante. Tutto questo, però, non gli importava. Cercava suo fratello.
La notte ormai regnava. Iniziava a temere per quella persona. Si sentiva collegato a lui, nonostante lo conoscesse da poco provava un sentimento di affezione, una certa compassione. Era vittima di un mondo crudele, di un destino beffardo che l'aveva spinto ad uccidere. Mentre camminava la sua testa era affollata da moltissimi pensieri. Voleva chiedere perdono ad Alex, a Lara e a tutti coloro che aveva fatto soffrire perché non accettava quella sofferenza: privazione, compassione e rabbia.
Vide una persona addormentata in una panchina... Era suo fratello. Si sedette vicino a lui... Non voleva svegliarlo, era così bello da addormentato... gli accarezzò i capelli. Si mise a piangere.
Kami si svegliò, lo guardò intensamente... lo abbracciò.
<< Dormirai nella mia casa...>>.
Entrarono di soppiatto nel covo. Tutti dormivano. Lo portò in camera sua... Si spogliò di quegli abiti sporchi e puzzolenti... e andò sotto la doccia. Quell'acqua, e quella doccia divennero il lavacro del suo peccato. Pianse... era tutto finito, mentre l'acqua calda lo purificava, mentre l'acqua calda gli faceva male.

Ritornò nella sua stanza con i pantaloni del pigiama e basta. Vide che suo fratello dormiva nel suo letto. Si distese per terra, e iniziò a dormire.

domenica 30 agosto 2009

Turpe mentali

Ieri pomeriggio ho passeggiato per il solito percorso con il mio cane. Nulla di strano in quest'azione quotidiana, se non fosse che durante questo arco di tempo, scandito dai miei passi privi di periodo e di ordine, ho iniziato a pensare.
E' bello pensare, rilfettere, collegare... a volte vorrei essere abbastanza intelligente per dar valore a ciò che penso, o per essere sicuro che quel che penso abbia un valore e che dunque non sprechi tempo inutile quando, mentre deambulo m'immergo nella mia mente nuotando in modo asincrono con il mondo circostante in cui agisco concretamente. Mentre ero in questa sorta di trance sono stato avvolto in modo repentino da molte emozioni, per lo più arcane, misteriose e quindi inquietanti. Al di là dei pensieri autolesionistici che mi rivolgo e che lasciano poca speranza al mio avvenire ho notato che a volte ho la tendenza di narrarmi.
Non mi vedo come un "io", bensì come un oggetto, interpreto le mie emozioni e tutto ciò che provo dall'esterno... Per esempio, durante quella passeggiata mi sono intristito, perchè pensando certe cose è inevitabile sentirsi frustrati, allora pensando al fatto che ero triste ho pensato ad una persona che dicesse per me che ero triste. E' qualcosa che a volte non sopporto, e mi fa innervosire. E' inutile che mi si dica che non si può comandare il come pensare, questo modo di esprimere ciò che riguarda sè stessi è qualcosa che ritengo un pò malata. Ho paura di essere narcisista, oppure sono talmente dipendente dalla parola altrui da immaginarmi come un riflesso creato da loro. Il problema di queste due situazioni è che il mio modo di essere non è carattegorizzabile in queste cateogire, perchè? Se fossi narcisista non proverei attrazione sessuale verso gli altri, se, invece, fossi plagiato da ciò che potrebbero pensare o pensano di me sarei più aperto alle critiche. In ogni caso, anche se cercassi di trovare una ragion d'essere a come sono, e per quanto io mi sforzi in questo futile tentativo, non riesco a trovare una risposta definitiva alla domanda essenziale di tutto questo, che seppur non l'abbia introdotta, mi pare una logica conseguenza a ciò che sto cercando di fare: Io sono o non sono? Non è una domanda cartesiana, non è qualcosa di metafisico, ma è una domanda lecita. Sono vero, o sono falso? Quanto di quello che provo, o di quel che penso, di quel che vorrei, sono realmente imputabili alla mia pulsione? Cosa devo fare per cercare quel che realmente mi motiverebbe di proseguire verso un futuro, verso la voglia di vivere che tanto desidero, che tanto agogno.
Come ripeto spesso, io desidero ardentemente vivere con passione la mia vita. Leggere attivamente, studiare attivamente, fare attivamente. Sembra un obbiettivo nobile per un ragazzino della mia età - ho solamente due anni, perdonatemi se mi sono svegliato così in ritardo -, però è difficile, perchè a volte ciò che si desidera fare, ciò che si vuole portare avanti potrebbe essere solamente uno sfogo isterico e estetico. Io voglio imparare la grammatica. Perchè? Perchè dopo posso avere nel mio curriculum vitae questo, voglio imparare a nuotare in modo sincrono con un altro essere umano. Perchè? sempre per la stessa ragione di prima. Qual'è la differenza tra bulimia di vita, e voglia di vivere? Qual'è la differenza tra vivere e possedere dei momenti? E' difficile, realmente difficile discriminare, perchè nell'ottica che mi è stata propinata sin da bambino, nell'ottica della mia realtà sociale conta il fine dell'azione, non l'azione in sè. Se desidero intraprendere un percorso, devo tenere a mente il fine di esso. E' impensabile vagare per il mondo, senza una precisa meta, se non il vagare stesso. Qualcuno di voi dirà, ma alla fine anche il vagare fine a sè stesso ha un fine, io posso rispondere che la retta matematicamente parlando può essere interpretata come una circonferenza degenere, o altre simpatiche cose. Comunque, tornando al discorso di prima. Se devo iniziare qualcosa io mi immagino alla fine del percorso, ma questo di per sè rende vana l'azione, e il vissuto, che senso ha scrivere un libro immaginando l'inizio e il finale? Perchè c'è questa mentalità in me? Io non la voglio, preferirei non possederla.
Io esisto per il fine? O esisto per esistere? Sono domande inutili, possono sembrare formalmente sbagliate, ma alla fine mi fermano. A volte penso che cerco la sincerità del mio essere, però è brutto doverla cercare in un groviglio di narcisimo, è difficile cercarla in un mondo in cui essere qualcosa, equivale in automatico essere giudicati e perseguitati.

Attualmente sto cercando di migliorarmi nei rapporti sociali, ovvero seguendo un principio base, ma alla fine penso che sia sempre difficile, è difficile saper cosa dire o fare. Da un lato voglio aiutare, è un mio sincero desiderio, sia egoistico che umano, aiutare, ma dall'altro sono totalmente incapace di consolare, perchè non mi piacciono le frasi di circostanza, non mi piace dipingere la realtà sotto un ottica positiva. Perchè per aiutare una persona devo mentirle? Perchè? Sono stato accusato di essere stato indelicato, di essere molto insensibile, però, ho cercato di aiutare... Se non si è capaci di fare, è meglio non tentare? Ma mi sembra un controsenso, ma alla fine è quello che molte persone mi stanno dicendo implicitamente, senza mezzi termini, senza essere capaci di comprendere che se non si tenta, o si rimane fermi in un rapporto rende questo stesso una sorta di coppia di specchi.
Forse sono diretto, anzi lo sono, però non comprendo... Ritengo che l'essere sinceri sia una virtù rara, dannata e bellissima.

La settimana scorsa ho incontrato un giovane professore, mentre eravamo fuori dalla sua macchina ad osservare gli enormi stabilimenti di Paiuscato, mi ha detto una frase su cui riflettere. Noi siamo corpo, o possediamo il corpo? Qual'è la differenza? A ciascuna la sua opinione.
In ogni caso il percorso che mi sono scelto è banale, e comunque mi risulta impossibile, il che mi fa innervosire e pone un velo dubbioso sul mio esistere, sulla mia persona...
ma va beh, vi lascio questo post sgrammaticato, insulso e dannatamente pippa, adieu .

venerdì 10 luglio 2009

Il collezionista di Tempo

Oggi ho riaperto il mio libro di matematica delle superiori. Ho sentito un vuoto immenso. Sfogliandolo svogliatamente con sguardo perso nelle nozioni ivi scritte ho notato molti argomenti che non abbiamo trattato al tempo. Quante cose non ho fatto in passato. So che il passato è morto, sepolto e non si può riesumare, però, vedere l'analisi dei numeri complessi, l'algebra lineare, i vettori, scritti su un libro che definivo a priori, per evitare il peso della fatica, idiota, mi ha fatto ripensare al problema di fondo di tutto questo mio processo di crescita: l'assoluta incapacità di strozzare il destino con le mie mani... Ora, pensando a quegli argomenti mi viene la pelle d'oca, vorrei avere la volontà, il tempo e l'intelligenza per prenderli uno ad uno e impararli, divenire tutt'uno con quello che studio, comprendere e andare oltre alle parole scritte. E' un desiderio idiota, ma è in generale è il mio bisogno di sentire pienamente quello che sto vivendo. Sentimento che non provo normalmente.
Mi perdo nei miei sogni, sono un narratore di illusioni , ma è tempo di prendere in mano la situazione... il problema è riuscire a scoprire come fare. Scoprire come realizzarsi, come esprimersi. Volgendo uno sguardo nel mio passato apatico, non posso non negare che sia migliorato un bel po'. Un tempo non avrei ammesso tutti i miei errori, e non sarei neppure giunto alla volontà sincera di vivere quel che faccio, e costruirmi una vita piena e di fatiche. Forse non ho le spalle adatte per questo onere che mi voglio prendere, però, non posso neppure attendere che il tempo trasformi delle ossa rachitiche in archi marci.
Come ho deciso all'inizio di quest'anno, devo assolutamente vincere la battaglia contro quello che è il mio vero male: l'odio assoluto verso me stesso. La totale rassegnazione verso la mia persona- Ho investito poco su questo progetto, e ho creato sogni collaterali che mi facevano fuggire da questa unica e vera battaglia. L'amarsi... è difficile, però non credo che sia il peso più grande possibile, ma per quanto triste ammetterlo è l'unica cosa che forse mi blocca. L'aver paura di impegnarsi perchè ci si considera a priori un fallito non è qualcosa di veramente auspicabile, soprattutto per una persona come me che ha come sogno quello di diventare maturo, indipendente, una colonna per le altre persone, e soprattutto libero dalla monotonia che ha afflitto e continua ad affliggere il suo tempo.

Sto pensando di scrivere un racconto molto lungo, ecco il titolo:

Il collezionista di Tempo

1)Una giornata indimenticabile
2)La fuga
3)Il tempo perduto
4)Il Viandante
5)Le bambole senza nome
6)La Strega e il Viandante
7)Il signore dell'oblio
8)Il collezionista del tempo
9)Le due memorie
10)La fuga dell'oblio
11)La fuga da una realtà frammentaria
12)Tessere una tela
13)Il viandante ritorna a narrare

Inno alla Gioia

O amici, non questi suoni!
ma intoniamone altri
più piacevoli, e più gioiosi.

Gioia, bella scintilla divina,
figlia degli Elisei,
noi entriamo ebbri e frementi,
celeste, nel tuo tempio.
La tua magia ricongiunge
ciò che la moda ha rigidamente diviso,
tutti gli uomini diventano fratelli,
dove la tua ala soave freme.

L'uomo a cui la sorte benevola,
concesse di essere amico di un amico,
chi ha ottenuto una donna leggiadra,
unisca il suo giubilo al nostro!
Sì, - chi anche una sola anima
possa dir sua nel mondo!
Chi invece non c'è riuscito,
lasci piangente e furtivo questa compagnia!

Gioia bevono tutti i viventi
dai seni della natura;
tutti i buoni, tutti i malvagi
seguono la sua traccia di rose!
Baci ci ha dato e uva, un amico,
provato fino alla morte!
La voluttà fu concessa al verme,
e il cherubino sta davanti a Dio!

Lieti, come i suoi astri volano
attraverso la volta splendida del cielo,
percorrete, fratelli, la vostra strada,
gioiosi, come un eroe verso la vittoria.

Abbracciatevi, moltitudini!
Questo bacio vada al mondo intero Fratelli,
sopra il cielo stellato
deve abitare un padre affettuoso.

Vi inginocchiate, moltitudini?
Intuisci il tuo creatore, mondo?
Cercalo sopra il cielo stellato!
Sopra le stelle deve abitare!

In Tedesco :

O Freunde, nicht diese Töne !
Sondern laßt uns angenehmere anstimmen
und freudenvollere !

Freude, schöner Götterfunken,
Tochter aus Elysium,
Wir betreten feuertrunken,
Himmlischer, Dein Heiligtum !
Deine Zauber binden wieder,
Was die Mode streng geteilt ;
Alle Menschen werden Brüder,
Wo Dein sanfter Flügel weilt.

Wem der große Wurf gelungen,
Eines Freundes Freund zu sein,
Wer ein holdes Weib errungen,
Mische seinen Jubel ein !
Ja, wer auch nur eine Seele
Sein nennt auf dem Erdenrund !
Und wer's nie gekonnt, der stehle
Weinend sich aus diesem Bund.

Freude trinken alle Wesen
An den Brüsten der Natur ;
Alle Guten, alle Bösen
Folgen ihrer Rosenspur.
Küsse gab sie uns und Reben,
Einen Freund, geprüft im Tod ;
Wollust ward dem Wurm gegeben,
Und der Cherub steht vor Gott !

Froh, wie seine Sonnen fliegen
Durch des Himmels prächt'gen Plan,
Laufet, Brüder, eure Bahn,
Freudig, wie ein Held zum Siegen.

Seid umschlungen, Millionen.
Diesen Kuß der ganzen Welt !
Brüder ! Über'm Sternenzelt
Muß ein lieber Vater wohnen.
Ihr stürzt nieder, Millionen ?
Ahnest Du den Schöpfer, Welt ?
Such'ihn über'm Sternenzelt !
Über Sternen muß er wohnen.